Eccoci al secondo appuntamento con il reportage sul Buddhismo in Italia firmato Mindpress. Per visualizzare l’articolo precedente è possibile utilizzare il link in fondo alla pagina.

 

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I monaci residenti al Santacittarama si ispirano agli insegnamenti dell’Ajahn Sumedho, a sua volta discepolo di Ajahn Chah.

Appena arrivati ci presentammo agli altri ospiti: una ragazza originaria del sud Italia (ma residente a Berlino) e tre ragazzi di cui un siciliano e uno rimasto orfano di entrambi i genitori pochi mesi prima; infine un americano di diciotto anni che girava l’Europa in seguito al conseguimento di una borsa di studio. Con me e Marco eravamo più o meno sei coetanei. Risiedevano poi al monastero due donne thailandesi, come detto, vere e proprie assistenti dei monaci, che ci riprendevano in caso di comportamenti sbagliati e ci suggerivano la giusta disciplina da seguire. I monaci quel giorno si erano già ritirati per il pranzo e così potemmo ambientarci in tranquillità prima che Giulia ci accompagnasse ai dormitori, rigorosamente divisi fra maschili e femminili, secondo le regole del Vinaya.

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Al primo impatto fu subito evidente quanto il Sangha dipendesse effettivamente dai laici e quanto al contrario, i laici fossero lì per cercare il sostegno dei monaci e la loro guida: i giovani ospiti non erano buddhisti ma non perdevano mai occasione per chiedere consiglio ai monaci, soprattutto all’anagarika e ai samanera (aiutante e novizio), i quali avevano un rapporto più aperto con i laici stessi. Questa dipendenza materiale del Sangha dalla comunità laica è un tratto caratteristico della tradizione Theravāda; molte regole descritte nel Vinayapitaka (Codice monastico) sono osservate rigorosamente dai bhikkhu (Monaci) e dai samanera; invece i laici sono tenuti a rispettare solo i precetti della comunità, che sono otto:

  • Praticare la non violenza ovvero il divieto categorico di uccidere o nuocere consapevolmente a qualsiasi forma di vita.

  • Praticare l’onestà e quindi non prendere ciò che non è stato dato.

  • Praticare la castità astenendosi da qualsiasi forma di attività sessuale.

  • Praticare la retta parola e quindi evitare un linguaggio falso, aggressivo o scortese.

  • Praticare la sobrietà evitando di assumere bevande o sostanze intossicanti.

  • Praticare la rinuncia evitando di mangiare dopo mezzogiorno. Proprio come descritto nella tradizione Theravāda e come indicato nel Vinayapitaka, i monaci e i laici consumano uno spuntino liquido nel pomeriggio che spessissimo corrisponde a tè e miele sciolto, ne parlerò più avanti.

  • Il settimo e l’ottavo precetto consistono nel raccoglimento e nell’invito a rimanere vigili evitando distrazioni come la musica, i film, o l’uso di cosmetici.

Gli ospiti sono invitati a non introdurre nel monastero oggetti mondani quali radio o strumenti musicali e dovetti chiedere il permesso di portare con me il computer portatile per fini di studio; mi fu gentilmente concesso per due motivi: non avrei usato la connessione internet e soprattutto nessuno dei precetti è da ritenersi come un divieto categorico, ma solo come un invito a praticare nel migliore dei modi l’esperienza monastica e un invito al rispetto della comunità dove, effettivamente, l’individualismo decade per far spazio a una gradevole necessità di considerazione reciproca.

Ma come si svolge la giornata al Santacittarama? La verità è che si segue un programma quotidiano che monaci e laici hanno in comune. Seguiteci per scoprirlo…

http://cultura.mindpress.it/1205/il-buddhismo-italia-parte/

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