La letteratura della guerra e del totalitarismo

I ragazzi… sono i ragazzi del ventunesimo secolo quelli più colpiti dagli attentati terroristici rivendicati dall’ISIS, e sono i ragazzi quelli a soffrire di più per i colpi restituiti a quella porzione di umanità la quale, più che essere colpevole, sembra ormai fungere da capro espiatorio (vedi la Siria). Ma perché ne soffrono di più i giovani? Perché a differenza dei così detti adulti, noi non ci siamo arresi a uno stato di guerra perenne e perpetua. Non ci siamo arresi a una mentalità dell’odio dove regna la regola del mors tua vita mea. Non ci siamo arresi a una vita dove l’unica strada possibile sia: o noi o loro. I giovani del ventunesimo secolo sono nati con un passato di inconcepibili atrocità alle spalle, i conflitti mondiali; e poi sono stati ubriacati dai media, da illusorie icone e falsi miti di una dolce vita che ormai è tanto lontana quanto irraggiungibile per i più. E verso i trent’anni ci si accorge che quelle icone sono un’illusione, che tu, occidentale o no, sei condannato a produrre e consumare in un circolo senza fine, e che quando non sarai più in grado di servire il capitalismo, allora verrai scaricato dalla stessa società che ti ha costretto ad agire così per vivere. Mentre l’ubriachezza dilaga e a un certo punto, non ti ritrovi neanche un amico col quale scambiare opinioni inerenti argomenti un tantino più alti della moda hipster o della funzione estetica del risvoltino ai jeans.

Cosa ci resta da fare dunque? Quello che l’umanità dovrebbe sempre fare nei momenti di crisi, ovviamente. Rivolgerci all’arte, alla filosofia, al ragionamento critico, al libero pensiero. A questo proposito voglio proporvi di investire cinque minuti nella lettura di questo brano tratto da “1984” di George Orwell. Il letterato che sognava un socialismo utopico e prevedeva un futuro distopico dove i totalitarismi sarebbero sfociati in qualcosa di catastrofico e alienante.

Leggete dunque e ditemi, se ne avete il coraggio, che non vi ricorda il nostro presente.

La guerra è pace

Lo scopo fondamentale della guerra moderna (…) è quello di consumare ciò che producono le macchine senza che ne risulti innalzato il tenore di vita. A partire dalla fine del XIX secolo è stato latente, nella società industriale, il problema di come utilizzare i beni di consumo in eccesso. Al giorno d’oggi, quando sono pochi quelli che hanno cibo a sufficienza, un problema del genere, ovviamente, non è urgente e verosimilmente sarebbe stato così anche se non si fosse ricorso a nessun processo di distruzione programmato a tavolino. Paragonato a quello che esisteva prima del 1914, e ancor più se lo si confronta col tipo di futuro che gli uomini di quel tempo speranzosamente si figuravano, il mondo contemporaneo è una landa desolata, un mondo affamato e in rovina. Agli inizi del XX secolo, la visione di una società futura ricca, opulenta, ordinata ed efficiente — un mondo asettico e luccicante, fatto di vetro, acciaio e cemento bianchissimo — era parte integrante della coscienza di qualsiasi persona alfabetizzata. La scienza e la tecnica si sviluppavano a una velocità prodigiosa e sembrava ovvio presupporre che un simile processo non si sarebbe arrestato. Tutto ciò, invece, non si verificò, in parte a causa dell’impoverimento indotto da una lunga serie di guerre e rivoluzioni, in parte perché il progresso scientifico e tecnologico dipendeva da una visione del mondo empirica, che non poteva sopravvivere in una società strettamente irreggimentata.
Oggi il mondo è complessivamente più primitivo di quanto non fosse cinquant’anni fa. Alcune aree depresse hanno migliorato i loro standard e diversi strumenti tecnici, sempre connessi in qualche modo alla guerra e allo spionaggio poliziesco, hanno conosciuto un certo sviluppo, ma la capacità di sperimentare e di inventare si è praticamente arrestata, mentre le devastazioni prodotte dalla guerra atomica degli anni Cinquanta non sono mai state risanate del tutto. Ciononostante, i pericoli inerenti le macchine non sono affatto scomparsi. Quando le macchine fecero la loro comparsa, ogni essere pensante maturò la convinzione che fosse scomparsa la necessità di qualsiasi lavoro pesante e che contestualmente fosse svanita ogni necessità di preservare l’ineguaglianza fra gli uomini. Se l’impiego delle macchine fosse stato direttamente indirizzato a tal fine, nell’arco di alcune generazioni mali come la fame, il superlavoro, la sporcizia, l’analfabetismo e le malattie sarebbero stati eliminati. Ed effettivamente, pur non venendo usate a tal fine, ma in conseguenza di una specie di processo automatico (producendo ricchezza, cioè, che talvolta risultava impossibile non distribuire), per un periodo di circa cinquant’anni compreso fra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, le macchine innalzarono moltissimo il generale tenore di vita.
Era però altrettanto chiaro che un incremento generalizzato del benessere avrebbe avuto come effetto indesiderato la distruzione di una società organizzata gerarchicamente. Già in un mondo in cui tutti avessero lavorato solo poche ore, avuto cibo a sufficienza, vissuto in case fornite di bagno e frigorifero, posseduto un’automobile o addirittura un aereo, sarebbero scomparse le forme di ineguaglianza più ovvie e forse più importanti. Una volta, poi, che una simile condizione fosse divenuta generale, la ricchezza non sarebbe stata più un segno di distinzione fra un individuo e l’altro. Era possibile, naturalmente, immaginare una società in cui la ricchezza, intesa come possesso di beni personali e di lusso, venisse distribuita equamente, nel mentre il potere restava nelle mani di una minuscola casta privilegiata, ma nella pratica una società del genere non avrebbe potuto rimanere stabile. Se, infatti, il benessere e la sicurezza fossero divenuti un bene comune, la massima parte delle persone che di norma sono come immobilizzate dalla povertà si sarebbero alfabetizzate, apprendendo così a pensare autonomamente; e una volta che questo fosse successo, avrebbero compreso prima o poi che la minoranza privilegiata non aveva alcuna funzione e l’avrebbero spazzata via. Sul lungo termine, una società gerarchizzata poteva aversi solo basandosi sulla povertà e sull’ignoranza. Ritornare al passato agricolo, come avevano auspicato alcuni pensatori all’inizio del XX secolo, era una soluzione impraticabile. Cozzava infatti contro quella tendenza alla meccanizzazione
divenuta pressoché istintiva in quasi tutto il mondo; inoltre, tutti i paesi che non si fossero sviluppati industrialmente sarebbero rimasti indifesi da un punto di vista militare e destinati a essere dominati, direttamente o indirettamente, dai paesi rivali.
D’altra parte, mantenere le masse in uno stato di povertà comprimendo la produzione delle merci non rappresentava una soluzione soddisfacente. Ciò avvenne di fatto e su larga scala durante la fase finale del capitalismo, più o meno nel periodo compreso fra il 1920 e il 1940. Si consentì all’economia di molti paesi di stagnare, la terra non venne coltivata, le ricapitalizzazioni arrestate, ampi strati della popolazione mantenuti senza occupazione, sorretti unicamente dalla carità dello Stato. Anche questo sistema, però, ebbe come logica conseguenza un indebolimento sul
piano militare e, poiché le privazioni che imponeva erano inutili, l’opposizione a esso divenne inevitabile. Il problema era come riuscire a far girare le ruote dell’industria senza incrementare la ricchezza reale del mondo. I beni di consumo dovevano essere prodotti, ma non distribuiti.
E in effetti l’unico modo per raggiungere un simile obiettivo era uno stato di guerra perenne.
Scopo essenziale della guerra è la distruzione, non necessariamente di vite umane, ma di quanto viene prodotto dal lavoro degli uomini. La guerra è un modo per mandare in frantumi, scaraventare nella stratosfera, affondare negli abissi marini, materiali che altrimenti potrebbero essere usati per rendere le masse troppo agiate e, a lungo andare, troppo intelligenti. (…) 

In linea di principio, lo sforzo bellico è pianificato in modo da divorare ogni bene eccedente i bisogni fondamentali della popolazione. In effetti i bisogni della popolazione sono costantemente sottovalutati, con la conseguenza che vi è una carenza cronica di una buona metà dei beni necessari, ma a ciò si guarda come a un vantaggio. È frutto di un preciso progetto politico mantenere anche i gruppi sociali privilegiati in un regime prossimo alla ristrettezza, perché una condizione di penuria generalizzata rafforza l’importanza dei piccoli privilegi, accentuando così le differenze fra un gruppo e l’altro. A fronte del tenore di vita dei primi anni del XX secolo, perfino un membro del Partito Interno conduce un’esistenza austera quanto laboriosa. Ciononostante, quei pochi lussi di cui gode, l’appartamento spazioso e ben arredato, la migliore qualità degli abiti, del cibo, delle bevande, del tabacco, i due o tre domestici, l’automobile o l’elicottero privati lo collocano in un altro mondo rispetto a un membro del Partito Esterno. A loro volta, i membri del Partito Esterno godono di analoghi vantaggi rispetto a quelle masse sommerse che chiamiamo “prolet”. L’atmosfera sociale è quella di una città in stato d’assedio, in cui il possesso di un pezzo di carne equina fa la differenza tra la ricchezza e la povertà. Nello stesso tempo, la consapevolezza di essere in guerra, e quindi in pericolo, fa sì che la concentrazione di tutto il potere nelle mani di una piccola casta sembri l’unica e inevitabile condizione per poter sopravvivere.

Come si vedrà, la guerra non solo realizza l’indispensabile distruzione, ma lo fa rendendola accettabile da un punto di vista psicologico. In linea teorica, sarebbe semplicissimo impiegare la forza lavoro in eccedenza del mondo intero costruendo templi e piramidi, scavando fosse e poi riempiendole di nuovo, o addirittura producendo ingenti quantità di beni per poi darvi fuoco. Tutto ciò, però, garantirebbe solo la base economica di una società organizzata gerarchicamente, non quella emotiva. Ciò dicui qui si discute non è il morale delle masse, i cui atteggiamenti sono irrilevanti finché le si mantiene occupate, ma il morale del Partito stesso.
Perfino dal più umile membro del Partito ci si aspetta che, entro limiti ben definiti, sia abile, attivo e addirittura intelligente, ma è anche indispensabile che sia un fanatico credulo e ignorante, in preda a sentimenti quali la paura, l’odio, l’adulazione e il tripudio orgiastico. In altri termini, è necessario che abbia una mentalità in linea con lo stato di guerra. Non importa che la guerra si combatta per davvero e, poiché una vittoria definitiva è impossibile, non importa nemmeno se la guerra vada bene o male: serve solo che uno stato di belligeranza persista. Questa scissione dell’intelligenza, che il Partito chiede ai suoi adepti e alla quale si perviene più agevolmente in un’atmosfera di guerra, è ora quasi generale,ma diviene tanto più accentuata quanto più in alto si sale nei gradi della gerarchia. (…) Oggi i gruppi dirigenti fanno innanzitutto guerra ai propri sottoposti, e il fine della guerra non è quello di conseguire o impedire conquiste territoriali, ma di mantenere intatta la struttura della società. La stessa parola  “guerra” è pertanto divenuta fuorviante. Non si sarebbe probabilmente lontani dal vero se si affermasse che, diventando perenne, la guerra ha cessato di esistere. Quelle particolari forme di pressione subite dagli esseri umani dal neolitico al XX secolo sono scomparse, sostituite da qualcosa di totalmente diverso. Se i tre superstati, invece di combattersi vicendevolmente, stabilissero di vivere in sempiterna pace, ognuno inviolato entro i propri confini, l’effetto sarebbe identico. In tal caso, infatti, ognuno di loro costituirebbe un universo in sé conchiuso, per sempre libero da influssi esterni che potrebbero infiacchirne la fibra. Una pace davvero permanente sarebbe la stessa cosa di una guerra permanente. Anche se la maggior parte dei membri del Partito l’intendono in modo più superficiale, è questo il vero significato dello slogan “La guerra è pace” .

 

Non arrendiamoci, per favore, all’idea che la guerra sia pace.

Buona vita.

Claudia Crocioni